

Alessandro De Bertolini racconta dei suoi viaggi attraverso i continenti, spinto dalla curiosità e dall'avventura. Condivide con noi i valori della libertà, della famiglia, della scoperta interiore e della solidarietà internazionale.
Raccontaci la storia del tuo ultimo viaggio.
Ti passa un continente sotto i pedali a 20 centimetri dalla suola delle scarpe.
Mongolia, Cina, Tibet e Nepal: dai Monti Altai al Deserto del Gobi, dal Fiume
Giallo ai grandi altipiani, dal Gansu al Qinghai, dalle Kunlun Mountain
all’Himalaya, da Lhasa a Katmandu attraverso il Tibet e il Campo base
dell’Everest. Più di 70 notti con la tenda, quasi 7.500 chilometri in 75
giorni: un’avventura indimenticabile, un’esperienza che non ti lavi più dalla
pelle. Fuori rotta, anche i sogni diventano possibili.




Come nascono i tuoi viaggi? Cosa li ispira e cosa vogliono ispirare?
La curiosità ispira i miei viaggi. Credo sia la dote più comune e più sottovalutata dell’essere
umano. Ce l’abbiamo tutti. È la curiosità che mi spinge verso l’ignoto. E assieme alla curiosità, la voglia di recuperare un antico nomadismo. Perché, in fondo, veniamo da lì. Un tempo, prima della rivoluzione neolitica, eravamo tutti nomadi. La sera – quando viaggio con la bicicletta in luoghi lontani – aspetto le ultime luci del tramonto, monto la tenda al bordo della strada e poi alzo gli occhi al cielo per cercare nella volta celeste il mio paesaggio familiare. Silenzio profondo. Ci sono solo il tuo respiro e il battito. Oggi, come ieri, questo facevano i nomadi di un tempo.
Cosa serve per partire per un viaggio
del genere?
Una motivazione forte e qualcuno che ti aspetta a casa. Questo devi mettere nella valigia se vuoi
partire per un lungo viaggio. La motivazione la puoi cercare e coltivare.
Oppure ce l’hai dentro, perché viene da lontano. Ai desideri più forti non
corrisponde sempre una spiegazione razionale. Qualcuno che ti aspetta a casa è
invece il senso del ritorno, ciò che ti consente di mettere la parola fine a un
lungo viaggio di esplorazione. Mentre pedali, sulla strada, vorresti che la tua
avventura non finisse mai. Vai incontro al futuro come al luogo della curiosità
e della stupefazione. Ti chiedi: “Come faccio a rinunciare a tutto questo?” Dove hai la sensazione che il viaggio diventi la tua vita, fai fatica a liberartene. Soltanto la mancanza
delle persone che ami può riportarti a casa. Sono loro la fortuna più grande.
Senza queste radici rischi di perdere la bussola e di diventare una bandiera al
vento.


Prima di ogni grande viaggio spesso si
nascondono preparazione e ricerca. Come ti prepari per le tue esplorazioni?
Cerco di migliorarmi, viaggio dopo viaggio. Non sono una persona metodica né sistematica. Non cerco la perfezione ma l’emozione. Al di fuori degli aspetti che riguardano la mia
sicurezza personale, che curo nel dettaglio, lascio molto alle circostanze e all’improvvisazione.
Mi dimentico le cose. Prima di ogni viaggio accumulo piccoli foglietti con i
miei appunti. Decine di promemoria gli uni sopra gli altri. Gli appiccico anche
sul parabrezza della mia automobile. Le settimane che precedono la partenza sono
le più frenetiche. Servirebbero giornate da 35 ore. Poi tutto si sistema, di
solito, quando parto. Non voglio sapere troppo sui luoghi che mi aspettano.
Dopo averli sognati, desiderati, immaginati… Lascio siano loro a sorprendermi.
Qual è il messaggio che vuoi dare con le tue imprese?
Credo non ci sia nulla di strano nell’attraversare un continente da solo in
bicicletta con la tenda e il sacco a pelo. È la nostra società che lo fa
sembrare strano. Ma è anche la nostra società che lo rende possibile, perché
non ci sono viaggi in bici e tempo libero dove regnano guerre povertà. Ci sono
oggi più Paesi in guerra di quanti non ce ne fossero nel 1943. Con le mie
esperienze vorrei mandare a tutti questo messaggio: il viaggio si traduce
sempre in una grande occasione di apprendimento ed è uno straordinario
privilegio, per chi se lo può permettere.
7.500 km in bici
75 giorni
70 notti in tenda


Come ti hanno cambiato queste avventure?
Ci sono viaggi che ti ricordano chi sei. Passano gli anni, ti guardi indietro e
quando hai bisogno di capire dove stai andando torni sulle tue esperienze, a
metà strada tra i viaggi che non hai ancora fatto e quelli che ti sei messo
alle spalle. Le avventure che ho vissuto in bicicletta hanno rappresentato per
me solitudini e condivisioni, stupore e meraviglie, incredibili fatiche,
grandissime paure e godimenti, continui confronti con la diversità geografica e
culturale, etnografica e ambientale. Se mi hanno cambiato? Moltissimo,
facendomi diventare quel che sono. Non dico fuori, per come mi vedono gli
altri. Ma dico dentro, per come io mi percepisco. Al termine di ogni giornata
finiamo sempre là – il momento più difficile – quando ci guardiamo allo specchio.
Non puoi abbassare lo sguardo perché dall’altra parte ci sei tu. Allora cerchi
di capire chi hai di fronte. I miei viaggi, i miei figli, mia moglie, la mia
famiglia e qualche vero amico: questo ritrovo nel mio sguardo e poco altro.
Assieme alla speranza di poter contribuire, anche se per una goccia
nell’oceano, alla solidarietà interazionale.
Che emozioni provi quando non vedi nessuno per molto tempo?
Dopo tanti giorni in bicicletta, in totale solitudine, si assottiglia il confine tra parlare da soli
e pensare a voce alta. Che emozioni provo? Il senso di libertà. Questo sento,
cerco e continuo a rincorrere. Una libertà senza limiti, senza vincoli e senza
paletti che non riesci ad assaporare altrove. Ma il prezzo della libertà è la
solitudine. Io me la posso permettere perché ho qualcuno a casa che mi aspetta.
Sul principio dei miei viaggi, improvvisazione e fatalismo sono le mie vertigini, poi diventano il vuoto su cui appoggiarmi. Inseguo un sogno di anarchia che è solo nella
mia testa. E che, come tutti i sogni di libertà e di anarchia, non esiste. Se
ho trovato l’altra faccia della Luna? No, non ho ancora trovato ciò che sto
cercando. Ma ho capito che la caccia al tesoro è la parte più emozionante del
percorso.


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